INTRODUZIONE ALLE DISTANZE DEL DAITO RYU AIKI JUJUTSU

Piccolo focus sulla distanza CHIKA-MA e considerazioni

 

La pratica del Daito Ryu Aiki-jujutsu, e in generale delle arti marziali tradizionali, è caratterizzata da tre principali distanze di combattimento:

DISTANZA TO-MA: distanza da attacco armato, generalmente una katana o un wakizashi (spada corta).

DISTANZA UCHI-MA: semplicemente “ma”: tipica del combattimento corpo a corpo più ravvicinato, relativo soprattutto alle mischie sul campo da battaglia e quindi congeniale alle armi più corte, come ad esempio un tanto (coltello da guerra giapponese).

DISTANZA CHIKA-MA:

distanza corta, dove trovano applicazione le prese, dette TE-HODOKI

Un profano potrebbe domandarsi quale, di queste distanze, possa rappresentare la via più utile per la comprensione di un sistema di combattimento così complesso come l’Aiki-jujutsu.

Ad una simile questione molti risponderebbero che la distanza ideale con la quale cominciare lo studio di una tecnica, sia quella che permette la migliore comprensione degli schemi motori della stessa.

Per un allievo alle prime armi potrebbe quindi sembrare più facile e conveniente iniziare lo studio delle varie tecniche in chika-ma,
poiché a tale distanza sono presenti meno passaggi rispetto alle medesime applicate in To-ma e Uchi-ma.
Nella realtà però, la faccenda è un po’ più complessa perché questa semplicità infatti è solo apparente.

Quando si studia, spesso si dimentica che una distanza non è solo un fattore dato dalla prossimità fisica dell’avversario, ma anche concettualmente dal tempo necessario a quest’ultimo per poterci colpire.
Nel contesto reale del Giappone feudale, dove stili di combattimento corpo a corpo come il Daito Ryu si sono evoluti, la presa non era mai fine a se stessa.

Lo scopo di chi ci bloccava era quello di poterci attaccare più agevolmente con un coltello durante la mischia, oppure, in particolare per le prese da dietro, permettere ad un suo compagno d’arme di ucciderci più facilmente.
Il tempo quindi è, in questo caso, minimo, perché l’attacco è di fatto già arrivato (in giapponese “go-no-sen”).

Come conseguenza di questo, i molti passaggi e attacchi (atemi) effettuati per stordire l’avversario prima dell’uscita, tipici soprattutto degli stili moderni di jujitsu, possono essere pericolosi se non autolesionisti, perché chi ci dovesse attaccare nella realtà, lo farebbe prendendoci alla sprovvista, con il vantaggio tattico della sorpresa e dell’iniziativa.

Tutto questo risulta essere di difficile gestione da parte di un praticante novizio.

Ecco perché nel corso dei primi anni della formazione, i principianti vengono comunque avviati progressivamente a prendere confidenza con le meccaniche dei Te-hodoki, anche se quando devono imparare una tecnica, lo fanno partendo dalla distanza più lunga, in particolare To-ma, per comprendere soprattutto la tempistica dell’attacco e la reazione allo stesso

Ma quindi esistono metodi generali che mi permettono di evadere agevolmente da una presa?

Ovviamente il discorso è molto articolato e solo la pratica in Dojo può veramente rispondere a questa domanda ma,
senza entrare troppo in tecnicismi, la reazione verso un Te-hodoki può essere riassunta in tre punti: 

daito ryu presa dell'opponente verona

Esecuzione di un Tai-Sabaki (movimento del corpo) unito ad un atemi, per mettersi in sicurezza e contemporaneamente favorire l’uscita;

jujitsu tai sabaki arti marziali verona

Sganciamento dell’arto immobilizzato agendo sulle dita più deboli della mano dell’avversario(pollice e indice)

 

Esecuzione della tecnica.

Ovviamente ciascun punto è molto semplificato dato che esistono numerose variabili in base al tipo di presa che subiamo.

Nel Daito Ryu in particolare ne sono codificate venti, divise in 10 anteriori e 10 posteriori, ciascuna caratterizzata da movimenti specifici per permetterci di uscire.

Riguardo l’esecuzione del terzo punto, nello stile di Ju-jutsu che noi tramandiamo, non esiste alcuna corrispondenza univoca tra Te-hodoki e tecnica finale, anche se alcune di esse meglio si adattano in risposta ad una particolare presa.

Questo deriva dall’ottica di pratica che aveva Mochizuki Minoru Sensei e che mi è stata stata trasmessa.
L’idea è che non esistono “pacchetti azione-reazione” predisposti da utilizzare, ma che è necessario sforzarsi e studiare per applicare una tecnica su qualsiasi tipologia di attacco, sia esso armato, a mani nude o una presa.

Perché quindi applicare tecniche che possono sembrare anche abbastanza astruse su prese anche relativamente semplici, pur sapendo che uno dei fondamenti della nostra disciplina è che ogni azione debba essere sempre efficace e reale?

Il motivo è che durante un combattimento non si può mai sapere quale tecnica potrà essere quella che utilizzeremo,
lo stress infatti tende sempre a farci esprimere ciò che conosciamo meglio e che abbiamo maggiormente interiorizzato, a volte sorprendendoci molto, e quindi l’insegnamento di reagire con particolari schemi del tipo ad “attacco A corrisponde sempre difesa B” risulterebbe molto limitativo.

In conclusione

Lo studio di tutte le distanze è una componente fondamentale di questa e di molte altre discipline tradizionali,
che a volte viene lasciato un po’ in sordina focalizzandosi solamente sulle distanze intermedie (Uchi-ma).

Questo perché spesso esse vengono etichettate dai più come “maggiormente reali”, perdendo via via le conoscenze che ci sono state trasmesse fino ad oggi, ma che dobbiamo sforzarci di mantenere e tramandare così come sono arrivate fino a noi.

Pietro Vaccari –  Insegnante Daito Ryu Aiki Jujutsu

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